Passeggiando da Valmareno alla Fontana dell’ Arner: sulle tracce del tasso e dell’ albero della morte

Se al giorno d’oggi il passo Praderadego presenta qualche problema strutturale dovuto a crolli e frane, un tempo rappresentava una via di comunicazione fondamentale per i pellegrini, strategica per i mercanti e, qualcuno dice, persino per i Romani. Per questo motivo Valmareno, nel comune di Follina, racconta una storia che va ben oltre ciò che i nostri bisnonni riescono a ricordare: si tratta di un altro piccolo borgo che nasconde un passato dove l’acqua e il bosco sono gli elementi fondamentali per il mantenimento della comunità e la sua nascita deriva dall’incontro di questi due fondamenti con una via commerciale.

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L’itinerario proposto da NaturalMenteGuide suggerisce di partire da qui, a cavallo tra Follina e Cison, e più precisamente di imboccare il sentiero che passa alle pendici del mitico Castelbrando. Il sentiero 1028A, chiamato “Troì de la fontana”, porta infatti a circumnavigare il castello attraverso i terrazzamenti del pendio per poi risalire al livello del Teatro Sansovino, dove durante il giorno sarà possibile trovare i cancelli aperti.

Anche se Castelbrando è una meta obbligata per chi visita la Vallata, non tutti sanno che l’albero monumentale che contiene dentro le sue, “Il Cedro dell’Atlante” è alto 30 metri e ha ben 200 anni: “A Natale viene addobbato - spiega Marta Meneghini - diventando l’albero di Natale più alto d’Italia”.

Continuando il sentiero, uscendo dai cancelli di proprietà di Castelbrando, si entra in una zona protetta da Rete Natura 2000: un’oasi, connessa con la Via dell’Acqua, dove l’ecosistema naturale tra la flora le fauna si mantiene indisturbato e dove si può godere, specialmente in autunno, di una passeggiata in una foresta variopinta e silenziosa.

Qui NaturalMenteGuide può raccontare del tasso, in tutti i sensi: lungo il sentiero si trovano molte tane, dove l’onnivoro va a riposare assieme ad altri componenti della sua famiglia e da dove esce generalmente soltanto di notte; ma di tassi ce ne sono molti anche con le radici piantate nella terra e le fronde verdeggianti.

L’albero di tasso viene chiamato anche albero della morte - racconta Mary Dorigo - perché la corteccia, i rami e i semi contengono la taxina, una sostanza velenosissima che può portare anche alla morte”.

La meta finale di questo itinerario è la “Fontana dell’Arner”, un luogo dove lo scroscio dell’acqua di sorgente rappresenta l’ultimo eco di un tempo in cui i servitori del castello raccoglievano l’acqua. Il suo nome deriva dal termine dialettale usato per descrivere l’ontano che sovrastava la fontana e che ora non c’è più.

Il torrente Corin, generato appunto dalle sorgenti del Praderadego, è molto corto ma ha dato l’opportunità a molti abitanti del borgo di mantenersi sfruttando la sua corrente attraverso dei mulini che oggi giacciono in disuso. Questo è l’esempio di come un tempo ci si sapeva adattare alla natura e la ricompensa sta nella conservazione del borgo in uno stato che per un visitatore può risultare ancora davvero suggestivo.


(Fonte: Luca Vecellio © Qdpnews.it).
(Video: Qdpnews.it © Riproduzione riservata).

 

 

Ebbene… il rovo (Rubus fruticosus) invece è una componente…FONDAMENTALE per l’equilibrio dell’ecosistema.
E’ una di quelle piante dette “piante medicina” (da non confondere con medicinali) perché in Natura ha il compito di curare tutto quello, che per varie cause, ha perso il suo equilibrio. E’ la pianta che sa vivere dove gli altri non ce la fanno, che sa adattarsi ad ogni situazione e ha delle incredibili strategie evolutive per difendersi dai pericoli sempre presenti.

Fa parte della famiglia delle Rosacee, “cassetto della sistematica” già di per sé preziosissimo per l’ecosistema in quanto formato da moltissime specie ad elevato valore ecologico. Il che, tradotto nella realtà, significa piante capaci di racchiudere in sé molteplici funzioni utili a salvaguardare il difficilissimo equilibrio naturale. Fornire cibo, riparo, siti adatti alla riproduzione, consolidare il terreno etc.
Ma ciò che rende il rovo unico nel suo genere e che lo fa “splendere sopra gli altri” è la sua capacità di curare gli squilibri. Grazie alla sua attitudine a creare delle simbiosi, ovvero dei rapporti di mutua utilità (io do a te, tu dai a me) con svariati organismi presenti nel terreno, riesce a curarlo e farlo tornare alle sue caratteristiche iniziali, soprattutto a livello di pH.                             

Ogni volta infatti che avviene un evento traumatico (incendio, frana, slavina, taglio troppo invasivo ecc), il terreno perde le sue caratteristiche iniziali e diventa inospitale per la maggior parte dei semi che quindi non riescono più a germinare. Grazie alla sua abilità adattativa, il rovo riesce invece a colonizzarli lo stesso e, lavorando incessantemente con le sue radici, se ne prende cura e li riporta lentamente ad essere nuovamente accoglienti per la vita vegetale e animale.

Ma la cosa più affascinante di questa pianta è il modo in cui, una volta svolto il suo compito, sa lasciare spazio agli altri... Dopo un po’ di anni che si è insediato in un terreno, creando quei classici “muri impenetrabili”, i semi delle piante che ci sono attorno, si incastrano al suo interno e attendono pazientemente protetti lì sotto. Nel momento in cui il terreno gli permetterà di germogliare, partiranno e cominceranno a crescere (le giovani piante sono tutte predisposte per poter sopportare per qualche anno l’ombreggiamento). Una volta cresciuti cominceranno a fargli ombra, unica cosa che lo mette in difficoltà e, piano piano, il rovo comincerà a seccarsi e a… lasciar spazio alle nuove piante.

E’ chiaro che tutto questo richiede del tempo, che spesso non combacia col nostro. Per curare un terreno, il rovo necessita mediamente di 10-15 anni. A noi possono sembrare tantissimi, ma per la Natura sono un soffio di vento.
Quindi il rovo è vita, rispettiamolo nel suo essere così prezioso per l’ambiente che ci ospita…